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Esiste un paradosso particolarmente interessante nel narcisismo patologico: una persona può essere molto abile nel comprendere gli altri senza riuscire a entrare realmente in contatto con ciò che l’altro sta provando.
È importante precisare che non significa che ogni persona narcisista sia priva di empatia o che possieda necessariamente un’intelligenza superiore alla media. La ricerca descrive piuttosto un funzionamento complesso, nel quale l’empatia cognitiva e quella affettiva possono essere compromesse in maniera diversa.
L’empatia non è una singola capacità.
La cognitiva permette di comprendere lo stato mentale dell’altro:
“Capisco perché sei arrabbiato.”
L’affettiva, invece, riguarda la capacità di risuonare emotivamente con ciò che l’altro vive:
“Percepisco la tua sofferenza e questa sofferenza mi coinvolge.”
Questa distinzione è fondamentale.
Una persona può capire perfettamente che qualcuno sta soffrendo, senza provare una corrispondente partecipazione emotiva.
Gli studi sul disturbo narcisistico di personalità hanno trovato proprio questa possibile dissociazione: le difficoltà risultano più consistenti nell’empatia emotiva, mentre quella cognitiva può essere relativamente preservata.
Qui nasce la parte più delicata.
Comprendere cognitivamente una persona significa poter riconoscere:
Questa capacità, di per sé, non è negativa.
È uno strumento.
Può essere utilizzato per aiutare oppure per ottenere vantaggi.
Nelle forme patologiche di narcisismo, alcuni studi descrivono proprio una possibile combinazione tra capacità di elaborazione delle informazioni sociali e difficoltà nella componente affettiva dell’empatia.
Ed ecco il paradosso:
può comprendere la tua emozione senza necessariamente sentirne il peso come lo senti tu.
Se volessimo rappresentare metaforicamente questo funzionamento, potremmo immaginare una persona con una notevole capacità di leggere la mappa, ma con una difficoltà nel condividere realmente il viaggio emotivo.
Può sapere che sei triste.
Può sapere perché sei triste.
Può persino sapere esattamente quali parole potrebbero consolarti.
Ma la risposta emotiva interna può essere diversa da quella di una persona fortemente empatica.
Questa è una delle possibili fratture dell’empatia narcisistica.
Dire che il narcisista “non sente niente” sarebbe una semplificazione.
Le persone con narcisismo patologico possono sperimentare emozioni molto intense, soprattutto quando sono coinvolte la propria autostima, il riconoscimento sociale, il rifiuto o una minaccia all’immagine di sé.
La difficoltà può riguardare soprattutto l’orientamento dell’attenzione emotiva.
Quando l’attenzione è fortemente concentrata sul sé, l’esperienza dell’altro può perdere centralità.
La ricerca neuroscientifica sul narcisismo ha infatti evidenziato alterazioni nei processi sociali-affettivi e una particolare sensibilità alle minacce rivolte all’ego.
In una relazione sana l’altro è una persona autonoma.
Ha bisogni.
Ha emozioni.
Ha limiti.
Può dire no.
Nel funzionamento narcisistico più problematico, invece, l’altro può assumere anche una funzione regolatoria:
“Come mi fai sentire rispetto a me stesso?”
Se mi ammiri, mi confermi.
Se mi rifiuti, mi ferisci.
Se mi critichi, minacci la mia immagine.
Se mi desideri, rafforzi il mio valore.
Il partner rischia quindi di essere percepito non soltanto come individuo, ma anche come fonte di regolazione dell’autostima.
Una persona cognitivamente abile può diventare molto efficace nel leggere le dinamiche sociali.
Può comprendere rapidamente le persone.
Può adattare il linguaggio.
Può individuare vulnerabilità.
Può intuire cosa l’altro desidera.
Ma la capacità di capire una persona non equivale alla capacità di avere cura di quella persona.
Sono due competenze differenti.
Questa distinzione è probabilmente una delle più importanti per comprendere le relazioni con persone fortemente narcisistiche.
Non bisogna quindi costruire l’equazione:
intelligenza elevata = narcisismo.
Non esiste questa relazione automatica.
Il punto è un altro.
Una buona capacità cognitiva, quando è accompagnata da una compromissione dell’empatia affettiva e da una forte centralità del sé, può rendere più sofisticato il modo nel quale una persona gestisce le relazioni.
E questo può rendere la dinamica più difficile da riconoscere.
Una caratteristica studiata nella letteratura sul narcisismo è quella che viene descritta come dissonanza affettiva: comprendere informazioni emotive senza necessariamente produrre una risposta emotiva congruente.
È proprio questa dissociazione a poter generare situazioni apparentemente incomprensibili.
La persona dice:
“So che stai male.”
Ma poi continua a comportarsi nello stesso modo.
Oppure:
“Capisco che questa cosa ti abbia ferito.”
Ma non modifica realmente il comportamento.
Per chi possiede una forte empatia affettiva, questa situazione può risultare quasi incomprensibile.
Perché normalmente comprendere la sofferenza dell’altro produce anche una spinta a ridurla.
Questo è probabilmente il cuore del problema.
Capire non significa necessariamente prendersi cura.
Una persona può riconoscere perfettamente il dolore altrui e continuare a perseguire il proprio obiettivo.
È proprio qui che la componente cognitiva, se separata da quella affettiva e dalla responsabilità morale, può diventare relazionalmente pericolosa.
Non perché l’intelligenza sia negativa.
Ma perché uno strumento potente senza sufficiente responsabilità può essere utilizzato in modi distruttivi.
Perché il comportamento esterno può sembrare empatico.
La persona sa cosa dire.
Sa quando abbracciarti.
Sa quando mostrarsi preoccupata.
Sa interpretare il linguaggio emotivo.
Eppure, nel tempo, può emergere una contraddizione:
le parole comprendono, i comportamenti non proteggono.
Ed è proprio questa discrepanza che può diventare uno dei segnali più importanti da osservare.
Non è possibile stabilire quanto una persona sia empatica semplicemente osservando quanto bene parla di emozioni.
La domanda più interessante è:
cosa fa quando la tua sofferenza entra in conflitto con ciò che vuole lei?
Se rispetta il tuo dolore anche quando non le conviene, esiste una forma di reciprocità.
Se invece la tua sofferenza diventa irrilevante appena ostacola il suo obiettivo, emerge una dinamica completamente diversa.
È fondamentale evitare l’etichetta facile.
Avere difficoltà empatiche non significa automaticamente avere un disturbo narcisistico di personalità.
E avere alcuni tratti narcisistici non significa necessariamente essere manipolatori o incapaci di amare.
Il disturbo narcisistico è una condizione clinica complessa e dimensionale, nella quale entrano autostima, regolazione emotiva, relazioni interpersonali, stile cognitivo ed empatia.
Forse, quindi, la metafora della “crepa” va spostata.
Non è necessariamente una crepa nell’intelligenza.
Può essere una crepa nella connessione interpersonale.
La persona può ragionare.
Calcolare.
Prevedere.
Analizzare.
Persino comprendere.
Ma una relazione profonda richiede qualcosa in più:
riconoscere l’altro come soggetto, non soltanto come oggetto della propria esperienza.
Ed è qui che l’empatia affettiva assume un’importanza enorme.
Il paradosso del narcisismo patologico non è necessariamente:
“Non capisce gli altri.”
Può essere molto più complesso:
“Può capire gli altri senza riuscire a coinvolgersi emotivamente nel loro dolore in modo stabile e spontaneo.”
La ricerca suggerisce infatti che, nel disturbo narcisistico di personalità, la componente affettiva dell’empatia può essere maggiormente compromessa rispetto a quella cognitiva, mentre quest’ultima non risulta uniformemente deficitaria.
Ed è proprio questa distinzione a spiegare perché alcune persone possano apparire lucide, sofisticate e straordinariamente capaci di leggere gli altri, pur mostrando contemporaneamente una profonda difficoltà nel partecipare emotivamente alla loro esperienza.
In una relazione, però, la vera empatia non si misura dalla capacità di capire dove fa male.
Si misura anche dalla volontà di non premere proprio lì.
Scritto da: Redazione
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