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Esiste una frase molto diffusa quando si parla di violenza e maltrattamento:
“Chi maltratta è stato maltrattato.”
È una frase che contiene una parte di verità, ma che deve essere utilizzata con grande cautela.
Le esperienze infantili possono infatti influenzare profondamente il modo in cui una persona impara a gestire emozioni, conflitti, rabbia, potere e relazioni. Tuttavia, essere stati maltrattati da bambini non significa diventare automaticamente adulti maltrattanti.
La storia personale può aumentare alcuni rischi, ma non determina inevitabilmente il comportamento futuro.
L’infanzia rappresenta una fase fondamentale dello sviluppo.
Il bambino osserva gli adulti e costruisce progressivamente le proprie idee su:
Se cresce in un ambiente nel quale l’aggressività viene utilizzata per ottenere obbedienza, può imparare che la forza rappresenta uno strumento legittimo per controllare gli altri.
Non perché lo scelga consapevolmente, ma perché quello è il modello relazionale che ha conosciuto.
Un bambino maltrattato può arrivare a interiorizzare una concezione distorta della relazione:
“Chi ama può ferire.”
Oppure:
“Se qualcuno non fa quello che voglio, devo impormi.”
Oppure ancora:
“Essere deboli significa essere vulnerabili.”
Questi schemi possono accompagnare la persona nell’età adulta se non vengono riconosciuti ed elaborati.
Uno dei fenomeni più studiati in psicologia è la trasmissione intergenerazionale della violenza.
In alcune famiglie il comportamento aggressivo può ripetersi attraverso le generazioni.
Il bambino subisce.
Cresce.
Diventa adulto.
E, in determinate circostanze, può riprodurre ciò che ha imparato.
È come se un modello relazionale venisse passato da una generazione all’altra.
Ma il ciclo può essere interrotto.
Questo è il punto più importante.
La maggior parte delle persone che subiscono esperienze avverse durante l’infanzia non diventa necessariamente violenta.
Molti sviluppano invece una forte sensibilità verso la sofferenza altrui e scelgono consapevolmente di comportarsi in modo opposto rispetto ai propri genitori.
Per alcune persone il pensiero diventa:
“Io so cosa significa essere ferito. Non farò mai questo a qualcun altro.”
Il trauma può quindi rappresentare un fattore di rischio, ma non una condanna.
Le esperienze infantili possono interagire con molti altri fattori.
Tra questi:
Non esiste quindi una singola causa.
Il comportamento violento nasce spesso dall’interazione di fattori individuali, relazionali e ambientali.
Un bambino maltrattato può accumulare rabbia, paura e impotenza.
Da adulto potrebbe non possedere strumenti adeguati per riconoscere queste emozioni.
La rabbia può allora diventare una risposta automatica.
Una critica viene percepita come un attacco.
Un rifiuto come un’umiliazione.
Un conflitto come una minaccia.
Se manca la capacità di autoregolazione, la risposta può diventare aggressiva.
Un’altra dinamica possibile riguarda il bisogno di controllo.
Chi è stato completamente privo di potere durante l’infanzia può sviluppare, in alcuni casi, un bisogno esasperato di non sentirsi mai più vulnerabile.
Da adulto potrebbe cercare di controllare:
Il problema nasce quando il controllo viene percepito come sinonimo di sicurezza.
A quel punto la libertà dell’altro può diventare una minaccia.
Il maltrattamento può assumere molte forme.
Può essere:
fisico, attraverso aggressioni e coercizione;
verbale, attraverso insulti e umiliazioni;
psicologico, attraverso minacce, controllo e svalutazione;
economico, attraverso il controllo delle risorse;
relazionale, attraverso isolamento e intimidazione.
Una persona può quindi riprodurre nell’età adulta schemi di abuso anche senza ricorrere alla violenza fisica.
Riconoscere la propria storia può rappresentare il primo passo per interrompere il ciclo.
Un adulto può arrivare a comprendere:
“Questo comportamento mi è stato insegnato, ma non sono obbligato a ripeterlo.”
È una distinzione fondamentale.
Il passato può spiegare alcune vulnerabilità.
Non può diventare una giustificazione per maltrattare qualcuno.
Questa è probabilmente la distinzione più importante dell’intero argomento.
Comprendere che un adulto maltrattante sia stato a sua volta vittima può aiutare a comprendere come si sia sviluppato determinato comportamento.
Ma non elimina la responsabilità dell’adulto.
Una persona può essere stata profondamente ferita e, allo stesso tempo, essere responsabile delle proprie azioni.
Spiegare non significa giustificare.
Se una persona riconosce di ripetere comportamenti aggressivi appresi durante l’infanzia, chiedere aiuto può essere fondamentale.
La psicoterapia può aiutare a lavorare su:
Intervenire precocemente è particolarmente importante quando sono presenti comportamenti violenti.
Il vero obiettivo non dovrebbe essere comprendere soltanto da dove nasce la violenza.
Dovrebbe essere capire come interromperla.
Un bambino maltrattato non ha scelto ciò che gli è accaduto.
Un adulto, invece, può iniziare a scegliere come comportarsi.
Può chiedere aiuto.
Può riconoscere i propri schemi.
Può imparare modalità diverse di comunicare.
Può decidere che ciò che ha ricevuto non verrà trasmesso alla generazione successiva.
È vero che alcuni adulti maltrattanti sono stati a loro volta bambini maltrattati, e le esperienze traumatiche dell’infanzia possono aumentare il rischio di sviluppare modalità relazionali aggressive o disfunzionali.
Ma trasformare questa osservazione in una regola sarebbe sbagliato.
Non tutti i bambini maltrattati diventano adulti violenti e non tutti gli adulti maltrattanti hanno necessariamente una storia di abuso.
Il passato può lasciare ferite profonde, ma non scrive automaticamente il futuro.
La vera svolta avviene quando una persona riesce a riconoscere ciò che ha subito, elaborarlo e decidere consapevolmente di non trasformare la propria sofferenza in sofferenza per qualcun altro.
La violenza può essere trasmessa. Ma può anche essere fermata. 🕊️
Scritto da: Redazione
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